C’era una volta “Il paese”

Sono uscita con mia nipote nella piazza della domenica.
Che delusione.
Personaggi mediocri travestiti da intellettuali con un quotidiano ancora  intonso, la busta delle noccioline in una mano, le “pastarelle” nell’altra.
E tutto questo in uno scenario di pietre intatte e maltrattate dalla noncuranza di troppi.
Sembra che anche la luce voglia scappare.

Il miglior luogo per sposarsi

No, no. Non lo so se esiste. Io non lo conosco.
E poi se lo sapessi, ci andrei senza sposarmi.
Mi ha sorpreso questa frase, riportata esattamente così com’è, trascritta dalle statistiche di questo blog. E’ una chiave di ricerca di “Google”.
Mi chiedo: ma chi sarà mai colui che deve chiedere a google una simile questione?
E come ha potuto Google segnalargli il mio blog? Ci ho provato anche io, ma tra le prime 5 pagine dei risultati di ricerca non ci sono.
Il visitatore ,a seguito di tale richiesta, deve aver cercato tanto prima di convolare a nozze. Oppure questo è proprio un modo per desistere e dire all’amata fortunata che il miglior  posto per sposarsi non esiste e che quindi meglio lasciar perdere.

Deve essere l’ora tarda che mi porta a spendere 5 minuti di sospensione per questa grande inezia, almeno dal mio punto di vista

 

Ricominciamo da Riso Patate e Cozze

Preparazione di 1 teglia per 5 persone

1 hg di riso
1 spicchi d’aglio
prezzemolo
sale
pepe
1,5 kg di cozze
pane grattugiato
1 kg di patate

Il lavoro più pesante è la pulitura pressoché totale delle cozze e l’apertura. Il frutto deve rimanere intatto nella metà vulva. L’altra metà va gettata. Noi qui abbiamo fatto fare il lavoro alla pescheria. Nella foto si vede la vaschetta di cozze con l’acqua salata che l’accompagna. Cozze ed acqua saranno utilizzate per la stesura sulla teglia.

Preparare il riso. Lavarlo e versalo in una terrina con un po’ d’acqua, olio, sale, prezzemolo. Lasciare a marinare finché non ci servirà (circa mezz’oretta)

Preparare in un contenitore, pane grattugiato, aglio tagliato a pezzettini, prezzemolo, pepe.

Preparare le patate tagliate a fettone e intingerle di pepe, a seconda del gusto personale, e poco sale.

Siamo pronti.
Distendere e formare il primo letto (strato) di patate

Sopra di esso stendere il letto di cozze, facendo attenzione a versare anche l’acquetta formata dal procedimento finale di pulitura.

Ora, passare con un cucchiaio qua e là posando mucchietti di riso e poi pane, negli interstizi e dentro le vulve piene di frutto del mitilo.

Ora formare un secondo strato di patate, successivamente cozze e ripetere il riempimento a mucchietti del riso e del pane. Chiudere il tutto con uno strato finale di copertura di patate, in modo rado, da lasciare scoperte una parte delle cozze.

Versare olio su tutta la superficie.

E per rendere croccante le patate e le cozze del primo strato, passare il pane grattugiato a secco, senza prezzemolo.

Mettere la teglia in forno a 200 gradi sopra e sotto ventilato possibilmente.

Gustare subito caldo e leccarsi dita e baffi
Non usare tovagliolo ed annaffiare con del fresco vino bianco….

Ora godi!

Ora capisco


Aldo va a pesca da 4 anni. Non capisco perchè non prenda mai nulla. Non capisco perchè non conosco la pesca. Questa mattina finalmente torna a casa e riempie il frigo con un dentice di ben 10 cm!!!
Penso allora che sia fiero e contento della sua “caccia notturna”.
Invece mi dice: Povero, aveva ingoiato l’amo ed offriva resistenza, si divincolava. Avrei voluto liberarlo ma non ce l’ho fatta.
Allora ho capito perchè in 4 anni non aveva mai pescato nulla!

Una visita alla Fotocommunity

ciao. sono rientrato qui per caso. e per caso trovo le tue foto. le prime e le ultime che rivedro’. lasciai questa comunita’un po’ di anni fa… sembrano secoli. sai perchè? perchè ero stanco di postare alcune mie immagini tanto per diletto e poi sentirmi (commenti scritti e che puoi leggere) dire: che bravo che bello meraviglioso stupendo. mai nessuno che ti dicesse come la pensava veramente, una critica costruttiva. era mai possibile che le mie immagini fossero perfette e piacessero a tutti? ipocrisia. solo ipocrisia. io vengo da te, ti dico che bello e tu vieni da me e mi dici altrettanto. e il giro dell’ipocrisia si alimenta. non ci sto. perdona se il mio sfogo lo ripongo sul tuo profilo e su questa immagine. ho letto i commenti: perchè non dici a questi signori che si tratta di una composizione con photoshop per produrre immagini in hdr e dare luce ed ombra allo stesso tempo a tutta l’immagine? nessuno dei tuoi lettori ne ha fatto menzione o si è posto il dubbio. come è possibile? comunque ho visto le tue immagini. molto curate e ben prodotte in qualche ottimo programma di postproduzione grafica. complimenti. sul serio. scusami ancora. postero’ questo mio intervento sul mio blog. ora vado a leggere qualcosa di te per conoscere lo “sfortunato” che ha ricevuto il mio sfogo. ripeto non ce l’ho con te ma con questo meccanismo ipocrita che viene indotto da questi tipi di community. buona fortuna. sabatino

http://www.fotocommunity.it/pc/pc/mypics/1324937/display/25353274

Castellaneta Marina: una testimonianza

 

Quello che segue è un commento ad un mio post di denuncia dei “limiti” di Castellaneta Marina. Secondo me merita la prima pagina (il post) accompagnato da un’immagine che rappresenta la “solarità” di quel luogo della Puglia italiana

Ciao Sabatino.

Ho 42 anni , castellanetana d’origine , ma vivo altrove da più di venti . Il degrado di cui parli l’ho visto crescere ed aumentare ogni anno di più , ed ogni anno di più soffrendoci maledettamente . Quel che mi arreca più sofferenza è pensare che il degrado ambientale è dovuto a quello morale di chi dovrebbe occuparsi di quella che una volta era veramente una perla dello Jonio, ed ora sembra solo un luogo abbandonato e spettrale.
Le tue denunce, Sabatino, purtroppo non possono che trovarmi concorde. Nomini i vigili urbani……. In proposito voglio riderci su, per non piangere ! Ho visto anche io un paio di scene allucinanti , tipo due vigili sulla stessa moto senza casco (ASSURDO !!! E’ o no la parodia della legge ???) oppure la vigilessa impegnatissima a fare contravvenzioni (limitate sempre e solo al perimentro del centro, ovviamente) per mancato pagamento del parcheggio e poi vedere auto di grossa cilindrata parcheggiate bellamente di fronte a lei in posti dove nemmeno un folle parcheggerebbe, tipo nel bel mezzo di una curva ……… Tante, troppe volte mi son vista venire incontro automobilisti in senso contrario (pare una legge non scritta a castellaneta marina quella di essere autorizzati a procedere contromano !) , troppe volte ho passeggiato di sera ritrovandomi improvvisamente al buio, e troppe volte i miei figli adolescanti hanno rischiato di farsi male pedalando su quelle strade pericolosissime
in tutti i sensi, e finalmente uno dei due “c’è riuscito” grazie ad una buca !!!
Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere……. Ci sarebbe tanto da denunciare…….
Nonostante tutto, però, ogni anno torrno là. Non posso farne a meno. I miei possiedono casa lì da 35 anni, ho passato lì le estati più belle della mia vita, ed anche se il posto andrebbe abbattuto e ricostruito ex novo, il mare , la spiaggia ed i pini sono sempre loro, MERAVIGLIOSI ed UNICI da sempre.

Castellaneta Marina, una giornata al mare tra contraddizioni e limiti di una localita’ amena che non e’ mai esistita

Castellaneta Marina
Provincia di Taranto, sullo Jonio. Comune di Castellaneta, la patria di Rodolfo Valentino
Bandiera Blu fino all’anno scorso.
Oggi:

  • i camion della Azienda Municipalizzata per la raccolta dei rifiuti circolano in controsenso rispetto al senso di marcia, sul lungomare
  • le auto che sopraggiungono infrangono il codice della strada saltando la corsia a senso unica e passando in quella al senso opposto di marcia, bloccando le auto che marciano nel senso corretto
  • quasi tutti i motociclisti, di scooter e di moto, conducono il mezzo senza casco
  • le ville del centro, salotto della cittadina, sono state costruite abusivamente, e naturalmente condonate, dentro la favolosa pineta della macchia mediterranea, che quindi ora resta ad appannaggio dei privati
  • quelle stesse ville, costruite negli anni ’70, hanno camini ed altri elementi architettonici costruiti col miglior mattone refrattario dell’Ilva di Taranto, l’allora Italsider statale, abilmente sottratti con interi camion dirottati verso la localita’ marina, piuttosto che proseguire diretti nello stabilimento siderurgico, per consegnare la merce
  • la maggior parte di quelle ville ora risultano abbandonate e deturpano l’ambiente coi loro giardini e pinete incolte (vedi le foto)
  • i cassonetti della spazzatura, e zone limitrofe, raccolgono rifiuti ingombranti di ogni tipo (nella foto un bel materasso a 2 piazze, scansato abilmente dalle autovetture)
  • le spiagge sono inquinate di qualsiasi rifiuto immaginabile, anche le spiagge concesse agli stabilimenti balneari
  • l’unica pista ciclabile, che dall’ingersso della cittadina porta verso il centro, e quindi il mare, e’ invasa sistematicamente da auto e camion ed incrocia pericolosamente arterie stradali importanti e trafficate, pochi rispettano i ciclisti (ma cio’ succede un po’ ovunque)
  • una bicicletta da uomo, vecchissima e arrugginita, legata col cavetto al portabici comunale, viene rubata in pieno giorno sul lungomare (e’ la mia)
  • un vigile urbano, l’unico nell’ufficio, in pieno giorno, continua a parlare per ben 13 minuti al proprio cellulare, di cose private con un amico, davanti ad un utente (sono io)
  • lo stesso vigile urbano, in seguito alla mia denuncia, mi consiglia di farmi un giro, perche’ il furto di bici e’ usuale e di solito essa viene usata per un bisogno impellente (ma la mia bici aveva la catena, e non faceva parte del programma “usa e lascia”)
  • sempre lo stesso vigile urbano, mentre io continuo a parlare, si gira dall’altra parte per salutare un amico
  • ancora lo stesso vigile urbano, dai modi per nulla urbani (paradosso), al mio saluto di commiato, non mi degna di una risposta.

Ergo:
perche’ andare a Castellaneta Marina?
a maggior ragione se non hai piu’ la tua vecchia bici…

Perché è tornata?

Sarà perché ha speso tutto? perché non le hanno detassato la medaglia d’oro? E cosi’ ora ha bisogno di fare un po’ di pubblicità.
E’ tanto che non scrivo, ma, per dichiarare l’antipatia verso la Valentina Vezzali, faccio uno strappo.
Per caso ho riletto un mio vecchio post che avevo scritto poco dopo le Olimpiadi di Pechino. Quanto tempo è passato! Ma lei è sempre più antipatica che mai. E cerca di rimanere a galla. Ecco cosa scrivevo il 16 settembre 2008. Mi sorprende il fatto che in quei giorni scrivevo già di Lui, L maiuscola, persona minuscola, Berlusconi, quando si viveva senza conoscere nomi come Naomi, Ruby…

http://digisaba.wordpress.com/2008/09/16/io-ve-lo-avevo-detto-la-vezzali-for-president/

Potenza di Internet e di FB

Ricevo da Mattia e, per sua gentile concessione, pubblico il suo messaggio e la sua fotografia.
Ogni volta che qualcuno ci parla di chi non c’è più, è come se rubassimo un istante ancora della loro esistenza.

Salve sig. Di Giuliano, casualmente ho letto il racconto da lei pubblicato mentre facevo, cosi’, alcune ricerche sulla nave “Caio Duilio” su in cui sono stato imbarcato durante il mio periodo in Marina Militare (1985-1986). Io ero tra quei ragazzi di 19-20 anni descritti nel racconto e il mio incarico era quello di elettricista. Mi creda, nel leggerlo, mi sono un pò commosso perchè quel periodo di pattugliamento a difesa dell’isola di Lampedusa è stato tutto descritto alla perfezione compreso i momenti quando si partiva e ci lasciavamo alle spalle il nostro amato Ponte Girevole e quindi la nostra città (Taranto). E’ come se avessi rivissuto quel periodo, ma anche per ciò che è stato scritto dall’autore nei nostri confronti : “Quanta gente ha mangiato nella mia mensa! Italiani e stranieri, potenti, militari di leva, ufficiali; pranzi, cene, colazioni, panini. Quanti panini, quanti militari! Tanti ragazzi, tante vite, tante storie. Tutti figli miei. Ognuno di loro mi ricordano i bambini che ho lasciato a casa”. E ancora :”I secondi trascorrono lenti, carichi di gran paura. Io ne ho tanta. Imploro il Caro Signore e il Santo cui sono devoto, Gabriele dell’Addolorata. In quel momento avverto un segno, quello della rassegnazione. Mi guardo intorno e vedo quei marinai di una ventina d’anni. Li considero miei figli. Loro non devono morire. Da un momento all’altro si può morire; penso ai miei cari e mi domando se mai potrò più rivederli”. Ma, gentilmente, mi può dire chi è l’autore, è per caso suo padre? Io sicuramente l’ho conosciuto ma ricordo vagamente il nome (Di Giuliano) , ma sopratutto perchè, noi ragazzi militari, i cuochi civili li chiamavamo “Maestri”, un pò come dire “chef” nei grandi ristoranti. Vedo, peraltro, guardando la sua foto su fb, una certa somiglianza con un maestro che appunto lavorava in cucina con il Giovanni (altro cuoco civile) che è mensionato nel racconto e che io ricordo bene. Coplimenti per il racconto da lei pubblicato e colgo l’occasione per salutarla in attesa di una sua gentile risposta.

A proposito di Gheddafi

Il giorno 1 aprile 1986 alle ore 4.30 partiamo da Taranto. Destinazione Sardegna. Ci aspetta un’esercitazione di lancio di missili.

L’apertura del ponte girevole, l’ultimo bagno di folla, parenti ed amici che vorrebbero allungare le proprie braccia sporgendosi dal lungomare, per arrivare sulla nave e darci un’ulteriore carezza, un altro segno di affetto da portare con noi durante la navigazione. Silenzio. Solo il suono della superficie del mare infranta dalla prua della nave. Spuma bianca che emerge dalla notte ancora presente sulle nostre teste.

Il nuovo giorno non ha ancora preso il sopravvento sulla tiepida notte primaverile. Il profumo della salsedine che inala le nostre anime. La speranza che i giorni che ci separano dalla famiglia passino in fretta. La consapevolezza di voler godere dei prossimi giorni a venire quale dono di Dio. La tristezza della vita che ci passa addosso nell’attesa di un giorno che arriverà: il giorno dell’abbraccio con la propria moglie e i figli. La vita del ‘marinaio’ è questa.

Quanti ‘marinai’ ci sono nel mondo? Penso che siamo tutti marinai. Viviamo nell’attesa di godere un momento, o meglio sopravviviamo, ci tuffiamo in apnea; giorni e giorni per poi esultare di gioia, per creare l’attimo. Tutto ciò per i più fortunati! E il Signore me ne ha data tanta di fortuna.

Oramai l’isola di S.Pietro e quella di S.Paolo che si ergono a vigilanti della città di Taranto, orgogliosi, nel mezzo del Mar Grande, sono alle nostre spalle. La poppa del Caio Duilio, ammiraglia della flotta navale di Taranto, quasi con beffa, con aria di stizza, presuntuosa volge le spalle al nostro mondo. Siamo tutti pronti per questo altro sacrificio.

Dopo una rapida esercitazione del personale militare, il giorno 3 aprile siamo diretti a Napoli. Il programma prevede l’arrivo per il 4 mattina; rifornimenti, sosta fino al 7 e finalmente ritorno a casa per il 9. Durante la sosta a Napoli occorre preparare un pranzo di rappresentanza per il Presidente della Repubblica e il suo seguito, compreso il Ministro della Difesa Spadolini e il Capo di Stato Maggiore della Marina.

Quanta gente ha mangiato nella mia mensa! Italiani e stranieri, potenti, militari di leva, ufficiali; pranzi, cene, colazioni, panini. Quanti panini, quanti militari! Tanti ragazzi, tante vite, tante storie. Tutti figli miei. Ognuno di loro mi ricordano i bambini che ho lasciato a casa.

Fino al 5 mattina il programma viene rispettato; inaspettatamente la sera arriva l’ordine di partire alla volta di Augusta per sostarvi due giorni, il tempo di imbarcare un missile da trasferire a Taranto.

Giungiamo ad Augusta il 6 mattina. Attracchiamo alla banchina Nato per caricare a bordo il missile; alle 13 inizia l’imbarco.

Ma ecco che una voce serpeggia tra le fila: i missili da imbarcare sono 20 e non 1. Poichè la nave ha gia’ 18 missili, dopo l’operazione ne avrebbe contato ben 38.

La perplessità è fortissima. Ci chiediamo cosa avremmo dovuto fare con tutti quei missili. Io, in 23 anni di imbarco su questa nave, non ho mai visto un carico cosi’ numeroso di missili. Una volta ne avevamo 15.

Veniamo tranquillizzati. I missili devono essere tradotti a Taranto sul Vittorio Veneto. La tensione e l’agitazione si placano; i nostri cari li avremmo abbracciati al più presto.

Le ore passano. I missili continuano lentamente ad entrare a bordo. Sono le 19.30. Terminata la cena, come faccio spesso con il mio amico Giovanni, ci rechiamo in coperta per riposarci e prendere un po’ di aria vera. Notiamo cosi’ la presenza di 2 portaerei americane nei pressi della nostra nave. Pensiamo allora ad un pattugliamento del Mediterraneo dovuto all’ascesa della crisi degli Stati Uniti con Gheddafi.

Alle 20.30 sulla nostra banchina di ormeggio arrivano 2 camion a rimorchio carichi di viveri; ed ecco anche 2 elicotteri che trasportano viveri sulle loro navi.

Alle 21.15 l’ordine della partenza. Chi dice alla volta di Taranto, chi verso Lampedusa. C’è molta confusione, tale da rimanere storditi. Il mio amico Giovanni mi suggerisce di andare via, di partire per Taranto perchè ormai la guerra in Libia sarebbe stata cosa sicura. Io sono un operaio cuoco civile e non militare; non sono soggetto ad obblighi militari. Ma non avrei mai lasciato il mio posto di lavoro.

Non gli ho voluto credere; è solo un problema degli Americani e non nostro. Noi saremmo tornati a casa.

Nel frattempo la nostra nave prende il largo, non sappiamo ancora la destinazione. Rientriamo sotto coperta e cominciamo ad informarci, a mettere con le spalle al muro i nostri responsabili. Cosi’ i dubbi diventano certezza. Ciò che avremmo voluto non fosse, accade. La nostra nave, il Caio Duilio deve pattugliare il Mediterraneo e proteggere l’isola di Lampedusa.

L’indomani siamo nella zona di pattugliamento; notiamo a vista la presenza di altre unità navali provenienti da Taranto e La Spezia: siamo adesso una decina.

E’ chiaro che il disagio avanza e l’angoscia per il caso aumenta. In questi momenti non si pensa ad altro: come comunicare con le nostre famiglie? Come dire loro che non possiamo più rientrare a Taranto. Non esistono più mezzi di comunicazione con loro, con il resto del inondo: siamo entrati nel ‘piano di guerra’.

Il Comandante cerca di renderci tranquilli dicendoci che tutto si sarebbe risolto in pochi giorni.

In base al piano di guerra predisposto dall’Ammiraglio Castelletti, le navi si dividono le zone e i tempi del pattugliamento. Si alternano 5 navi in mare e 5 navi nel porto di Augusta. A noi tocca il primo turno di 15 giorni in mare, nella zona più pericolosa tra Lampedusa e Tunisi.

Le giornate trascorrono uguali a se stesse con la paura nell’aria. La paura di qualcosa che non si conosce.

La sera del 15 aprile, alle 17.30, sentiamo suonare il primo grado di approntamento: e’ allarme rosso.

Non ho mai vissuto momenti simili. Nessuno comprende e si rende conto appieno della situazione. Ma quando vediamo le armi pronte a sparare e i missili in attesa di lancio il dramma ci appare interamente.

Intanto dal comando arriva l’ordine di indossare il giubbotto salvagente e di raggiungere il proprio posto di combattimento. Non pensavo che all’età di 58 anni potesse accadere una cosa simile, tanto più che non sono militare. Ed allora visto che dovevo eseguire gli ordini e salvare la mia pelle … ho riempito le borracce in dotazione al giubbotto… col vino. Almeno in mare mi sarei consolato di più, giacchè di acqua ne avrei avuta tanta.

Occorre sapere che non esiste uno speaker durante questi avvenimenti, questo non è un film che vedi comodamente seduto in poltrona con un bicchiere di cognac in mano; nessuno ti spiega, nessuno giustifica, nessuno relaziona. Sono solo voci che circolano. E poi, si possono fare tante esercitazioni, ma la realtà è un’altra cosa. La realtà non la puoi simulare e prevedere. La freddezza, la professionalità non sono certo proprietà ben distinguibili in questi momenti.

Cosi’, bardati da provetti naufraghi, riusciamo a sapere che la Libia di Gheddafi ha lanciato due missili a lunga gittata verso l’Italia e che questi hanno raggiunto l’obiettivo a 2 miglia di distanza da noi, verso l’isola di Lampedusa. Il caos e l’eccitazione è indescrivibile; l’angoscia ci assale. Siamo in guerra.

Gli ordini di attacco e i contrordini si seguono freneticamente.

I secondi trascorrono lenti, carichi di gran paura. Io ne ho tanta. Imploro il Caro Sisgnore e il Santo cui sono devoto, Gabriele dell’Addolorata. In quel momento avverto un segno, quello della rassegnazione. Mi guardo intorno e vedo quei marinai di una ventina d’anni. Li considero miei figli. Loro non devono morire. Da un momento all’altro si può morire; penso ai miei cari e mi domando se mai potrò più rivederli.

Passano le ore e nulla accade. Alle 22.15 il comando finalmente annuncia che cessa l’allarme di primo grado e si passa a quello di secondo. Ognuno riprende le proprie attività.

Il giorno dopo arrivano a bordo alcuni giornalisti, autorità dello Stato tra cui il Ministro Spadolini che reca parole di conforto e solidarietà.

Dopo l’incubo subentra un’altra paura. La preoccupazione delle nostre famiglie. Loro non sanno ancora nulla; ma le notizie non possiamo farle recapitare.

Il 20 e 21 aprile ricorrono rispettivamente l’onomastico e il compleanno di mia moglie. Ho desiderio di farle gli auguri, e al tempo stesso di fornire notizie confortanti circa la nostra situazione. Chiedo all’Ufficiale di Servizio addetto alla radio se si può trasmettere: nulla da fare. Roma non riceve telegrammi che non siano pertinenti delle operazioni di guerra .

Non mi dò pace, fino a che egli non mi assicura che avrebbe fatto il possibile. E di fatti dopo 2 giorni mi conferma che tutto e’ a posto: il telegramma e’ stato inoltrato. Ora sto meglio!

Il 29 aprile giunge l’ordine di tornare ad Augusta; siamo tutti contenti, adesso si può tornare a Taranto. Scendiamo a terra. Una grande cosa per chi è stato circa un mese in mare con l’angoscia dell’impotenza. Cerco un telefono, chiamo casa. La voce di mia moglie mi commuove molto. Il filo, il mezzo di comunicazione non ci divide, ci unisce, ci fa sentire una sola entità che si ritrova, io da una parte, lei dall’altra. I miei figli, mia cognata.

Però dopo 2 giorni di sosta si ritorna nella zona di Lampedusa; la rabbia di non poter fare nulla, fa posto alla tristezza.

Ma finalmente il 14 maggio arriva la notizia tanto attesa: il 18 si rientra a Taranto. E questa volta e’ vero.

La nave ora rimane ferma in sede fino al 4 luglio per preparare la prossima crociera dell’Accademia di Livorno.

Posso riposarmi e godere un po’ la mia famiglia.

Pubblicato, inedito, senza il permesso dell’autore, Aldo Di Giuliano. Che comunque me lo avrebbe permesso…